Scrivo come infermiere e mediatore interculturale impegnato nei progetti Demetra e M.I.S.CA. dell’ASL Salerno, dal mio punto di osservazione quotidiano sull’incontro tra migranti, servizi e istituzioni.
IL PROBLEMA. L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Eppure, dove manca la mediazione interculturale negli ospedali e negli ambulatori territoriali, questo diritto resta sulla carta. La barriera linguistica e culturale produce di fatto un doppio standard di cura: il cittadino straniero rinuncia a chiedere aiuto, finge di stare bene o è costretto ad affidare informazioni intime sulla propria salute a persone esterne. Sul versante opposto, noi professionisti sanitari ci troviamo a curare senza poter raccogliere dati clinici essenziali — allergie, interventi pregressi, terapie in corso, anamnesi familiare — con un evidente rischio per la sicurezza delle cure. La mediazione, quindi, non è accoglienza accessoria: è una precondizione del diritto alla salute e uno strumento di sicurezza clinica.
UNA RISPOSTA GIÀ OPERATIVA. Nella Piana del Sele (provincia di Salerno), il progetto Demetra è attivo dal novembre 2023 e ha già preso in carico circa 6.000 persone, con servizi interamente gratuiti per l’utente e finanziati dalla Regione. È un modello concreto, misurabile e replicabile, che opera nel quadro dell’art. 35 del D.Lgs. 286/1998 (cure essenziali e codice STP per gli stranieri privi di permesso).
COME FUNZIONA (l’architettura trasferibile):
– 3 poli socio-sanitari con équipe multidisciplinare: assistente sociale, avvocato, psicologo, medico, infermiere, operatori dell’accoglienza e 2-3 mediatori interculturali per turno, selezionati sui registri linguistici prevalenti del territorio (nel nostro caso arabo, soprattutto marocchino, e bengalese; su necessità hindi, urdu, ucraino, francese, inglese e dialetti dell’Africa centrale).
– Ambulatori attrezzati per visite, medicazioni, rilevazione dei parametri vitali ed elettrocardiogramma, con il medico abilitato a rilasciare prescrizioni di farmaci e prestazioni tramite codice STP.
– 1 unità mobile (infermiere, mediatore culturale e operatore dell’accoglienza) che fa outreach capillare nelle frazioni a forte presenza migrante, intercetta i casi di vulnerabilità segnalati tramite un numero d’emergenza dedicato e segue sul territorio le patologie croniche (diabete, ipertensione, etc..), spiegandone alle persone il monitoraggio e la gestione. Dispone di strumentazione per parametri vitali, ECG e medicazioni semplici e complesse.
– Presidio fisso negli sportelli ASL per la scelta e revoca del medico di base e nell’ambulatorio STP, per accompagnare le persone dentro il SSN spiegandone funzionamento e modalità di accesso.
LA PROPOSTA PER LA PUGLIA. Suggerisco di inserire nel Piano regionale un modello analogo, calibrato sulle aree pugliesi a forte presenza di manodopera migrante (in particolare la Capitanata e il Tavoliere), dove le criticità di accesso alle cure sono sovrapponibili a quelle della Piana del Sele. I tre pilastri da strutturare: équipe multidisciplinari con mediazione interculturale stabile e proporzionata ai registri linguistici locali; unità mobili per l’outreach negli insediamenti rurali e informali; presenza fissa della mediazione negli ospedali e negli ambulatori territoriali, non come servizio occasionale in appalto ma come funzione strutturale. È la condizione perché l’art. 32 valga davvero per tutti, allo stesso modo.